Rhodiola rosea: la pianta della resilienza. Cosa sappiamo davvero secondo la scienza

Lo stress fa parte della vita. È una risposta fisiologica indispensabile che permette al nostro organismo di affrontare situazioni impegnative, adattarsi ai cambiamenti e reagire ai pericoli. Il problema nasce quando questa risposta, pensata per essere temporanea, rimane attiva per settimane o mesi. In queste condizioni lo stress diventa cronico e può compromettere progressivamente il benessere fisico e mentale. Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica ha rivolto grande attenzione a una pianta utilizzata da secoli nelle regioni più fredde del pianeta: Rhodiola rosea, oggi considerata uno degli adattogeni più studiati in ambito nutraceutico.

7/21/20265 min read

Rhodiola rosea: la pianta della resilienza. Cosa sappiamo davvero secondo la scienza

Lo stress fa parte della vita. È una risposta fisiologica indispensabile che permette al nostro organismo di affrontare situazioni impegnative, adattarsi ai cambiamenti e reagire ai pericoli. Il problema nasce quando questa risposta, pensata per essere temporanea, rimane attiva per settimane o mesi.

In queste condizioni lo stress diventa cronico e può compromettere progressivamente il benessere fisico e mentale.

Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica ha rivolto grande attenzione a una pianta utilizzata da secoli nelle regioni più fredde del pianeta: Rhodiola rosea, oggi considerata uno degli adattogeni più studiati in ambito nutraceutico.

La pianta della resilienza

La Rhodiola rosea è una pianta perenne appartenente alla famiglia delle Crassulaceae.

Cresce spontaneamente nelle regioni artiche e subartiche dell’Europa e dell’Asia, sulle montagne della Siberia, della Scandinavia, dell’Altaj e dell’Himalaya, dove può sopravvivere a temperature che raggiungono anche –40 °C, a forti escursioni termiche, venti intensi, elevata esposizione ai raggi ultravioletti e terreni poveri di nutrienti.

Per vivere in ambienti tanto ostili ha sviluppato, nel corso dell’evoluzione, sofisticati sistemi di difesa biochimica che le consentono di proteggere le proprie cellule dai danni ambientali.

È proprio questa straordinaria capacità di adattamento che ha attirato l’interesse dei ricercatori.

È importante chiarire un concetto fondamentale: la Rhodiola non “trasferisce” la propria resilienza all’uomo. Sarebbe un’affermazione scientificamente scorretta.

Piuttosto, la capacità della pianta di adattarsi a condizioni estreme ha spinto la ricerca a studiare i suoi principi attivi e a comprendere se potessero sostenere anche la risposta dell’organismo umano allo stress.

Perché si chiama “rosea”?

Una curiosità poco conosciuta riguarda il suo nome.

Quando il rizoma della Rhodiola viene tagliato, emana un caratteristico profumo simile a quello della rosa.

Fu proprio questa peculiarità a ispirare Carl Linneo, che nel XVIII secolo le attribuì il nome botanico Rhodiola rosea.

Dalla medicina tradizionale ai laboratori di ricerca

Molto prima che la scienza iniziasse a studiarla, la Rhodiola era già utilizzata nella medicina tradizionale di diverse popolazioni del Nord Europa e dell’Asia.

In Siberia veniva consumata per aiutare l’organismo ad affrontare gli inverni rigidi, migliorare la resistenza fisica e sostenere il recupero dopo lunghi periodi di lavoro.

Nel secolo scorso, la pianta divenne oggetto di numerosi programmi di ricerca nell’ex Unione Sovietica.

L’interesse era rivolto soprattutto ai cosiddetti adattogeni, sostanze naturali potenzialmente in grado di aumentare la capacità dell’organismo di adattarsi agli stress fisici e mentali.

La Rhodiola fu studiata in militari, cosmonauti, atleti e lavoratori sottoposti a condizioni ambientali particolarmente impegnative.

Molti degli studi condotti in quel periodo presentavano limiti metodologici rispetto agli standard scientifici attuali; tuttavia hanno rappresentato il punto di partenza delle successive ricerche cliniche.

Che cos’è un adattogeno?

Il termine adattogeno venne introdotto nel 1947 dal farmacologo sovietico Nikolai Lazarev e successivamente approfondito dal ricercatore Israel Brekhman.

Per essere definita adattogena, una sostanza dovrebbe possedere tre caratteristiche principali:

  • aumentare la resistenza dell’organismo a diversi tipi di stress;

  • contribuire al mantenimento dell’omeostasi, cioè dell’equilibrio interno dell’organismo;

  • non alterare in modo significativo le normali funzioni fisiologiche né risultare tossica alle dosi consigliate.

In altre parole, un adattogeno non elimina lo stress, ma può aiutare l’organismo a gestirlo in maniera più efficiente.

Come nasce la risposta allo stress?

Per comprendere il possibile ruolo della Rhodiola è utile conoscere il principale sistema biologico che regola la risposta allo stress: l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, noto anche come asse HPA (Hypothalamic-Pituitary-Adrenal Axis).

Quando percepiamo uno stimolo stressante, il cervello attiva una vera e propria cascata di segnali.

1. L’ipotalamo

L’ipotalamo rappresenta il centro di controllo.

In risposta allo stress rilascia il CRH (Corticotropin Releasing Hormone).

2. L’ipofisi

Il CRH raggiunge l’ipofisi, una piccola ghiandola situata alla base del cervello.

L’ipofisi risponde producendo ACTH (ormone adrenocorticotropo).

3. Le ghiandole surrenali

L’ACTH raggiunge le ghiandole surrenali, che iniziano a produrre cortisolo.

Il cortisolo: amico o nemico?

Il cortisolo viene spesso definito “ormone dello stress”, ma questa definizione è riduttiva.

In realtà svolge funzioni fondamentali:

  • aumenta la disponibilità di glucosio;

  • mobilizza le riserve energetiche;

  • mantiene la pressione arteriosa;

  • modula il sistema immunitario;

  • prepara l’organismo alla risposta di “attacco o fuga”.

Il problema non è il cortisolo in sé.

Il problema nasce quando rimane elevato troppo a lungo.

Un’eccessiva attivazione dell’asse HPA è stata associata a:

  • stanchezza cronica;

  • sonno poco ristoratore;

  • difficoltà di concentrazione;

  • alterazioni dell’umore;

  • aumento della fame, soprattutto verso alimenti ricchi di zuccheri;

  • accumulo di grasso viscerale;

  • riduzione delle prestazioni cognitive.

Come agisce la Rhodiola?

I principali composti bioattivi presenti nella Rhodiola sono:

  • rosavine;

  • salidroside;

  • rosarina;

  • rosina;

  • numerosi polifenoli e flavonoidi.

La loro azione non si concentra su un singolo bersaglio biologico.

Le ricerche suggeriscono invece un’attività su diversi sistemi fisiologici.

Modulazione dell’asse HPA

Le evidenze sperimentali indicano che la Rhodiola potrebbe contribuire a modulare la risposta dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, favorendo una reazione più efficiente agli stimoli stressanti.

È importante sottolineare che non “abbassa il cortisolo” indiscriminatamente.

Piuttosto, sembra contribuire a rendere più equilibrata la risposta dell’organismo allo stress.

Effetti sui neurotrasmettitori

Diversi studi sperimentali suggeriscono un’influenza sulla disponibilità di:

  • serotonina;

  • dopamina;

  • noradrenalina.

Questi neurotrasmettitori partecipano alla regolazione dell’umore, della motivazione, dell’attenzione e delle funzioni cognitive.

Energia cellulare

Le ricerche suggeriscono che la Rhodiola possa migliorare l’efficienza dei mitocondri, gli organelli responsabili della produzione di ATP, la principale fonte di energia delle cellule.

Questo potrebbe spiegare la riduzione della percezione della fatica osservata in diversi studi clinici.

Stress ossidativo

Lo stress cronico aumenta la produzione di radicali liberi.

I polifenoli presenti nella Rhodiola possiedono attività antiossidante e potrebbero contribuire a limitare il danno ossidativo cellulare.

Proteine da stress: il possibile ruolo delle Hsp70

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda le Heat Shock Proteins (Hsp70).

Queste proteine vengono prodotte dalle cellule quando sono sottoposte a condizioni di stress e hanno il compito di proteggere altre proteine dal danneggiamento e favorirne il corretto ripiegamento.

Alcuni studi sperimentali suggeriscono che la Rhodiola possa influenzare l’espressione delle Hsp70, contribuendo a migliorare la capacità della cellula di adattarsi agli stimoli stressanti. Si tratta di un meccanismo promettente, ma ancora oggetto di ricerca e non completamente chiarito nell’uomo.

Cosa dicono gli studi clinici?

Le revisioni sistematiche disponibili mostrano risultati generalmente favorevoli, pur evidenziando che molti studi presentano campioni limitati e metodologie eterogenee.

Nel complesso, gli estratti standardizzati di Rhodiola rosea hanno mostrato la capacità di:

  • ridurre la percezione dell’affaticamento mentale;

  • migliorare attenzione e concentrazione;

  • sostenere le prestazioni cognitive durante periodi di stress;

  • aumentare la resistenza alla fatica;

  • favorire il recupero dopo intenso impegno fisico e mentale.

Le evidenze sono promettenti, ma la comunità scientifica concorda sulla necessità di studi clinici più ampi e di elevata qualità metodologica.

Non tutte le Rhodiola sono uguali

Un aspetto spesso trascurato riguarda la qualità dell’integratore.

Gran parte degli studi clinici è stata condotta utilizzando estratti standardizzati.

I due principali marker di qualità sono:

  • Rosavine

  • Salidroside

Molti estratti impiegati nella ricerca sono standardizzati al 3% di rosavine e 1% di salidroside, un rapporto che riflette approssimativamente quello naturalmente presente nella pianta.

La standardizzazione garantisce una quantità costante di principi attivi e rende più probabile ottenere un prodotto con caratteristiche simili a quelle impiegate negli studi clinici.

Quando può essere presa in considerazione?

La Rhodiola può rappresentare un supporto nutraceutico, nell’ambito di una valutazione professionale, in persone che riferiscono:

  • stress psico-fisico persistente;

  • affaticamento mentale;

  • calo di energia;

  • difficoltà di concentrazione;

  • periodi di intenso lavoro o studio;

  • recupero dopo periodi particolarmente impegnativi.

Non sostituisce uno stile di vita sano e non rappresenta una terapia per disturbi d’ansia, depressione o altre patologie, che richiedono una valutazione medica.

Il ruolo del farmacista

La scelta di un integratore non dovrebbe basarsi esclusivamente sul nome della pianta.

La qualità dell’estratto, la standardizzazione, il dosaggio, le eventuali interazioni con farmaci e le caratteristiche della persona sono elementi fondamentali da valutare.

Per questo motivo è importante affidarsi a un professionista sanitario in grado di orientare la scelta sulla base delle migliori evidenze scientifiche disponibili.

In Parafarmacia Dott.ssa Bruno crediamo in una nutraceutica fondata sulla scienza, sull’ascolto della persona e sulla personalizzazione del consiglio. Perché il benessere non nasce da una soluzione universale, ma da un percorso costruito sulle esigenze di ciascuno.

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